La voce che interrompe la lezione con questa osservazione è quella di
Piero Olliaro,
studente della
3/B del Liceo Classico Balbo di Casale;
il
professore sono io, neolaureato in Architettura al Politecnico di Milano
che, concluso il servizio militare (quattordici mesi e venti giorni), ha ottenuto il primo incarico a tempo indeterminato di docente di Storia dell’Arte presso il suddetto Liceo Classico; al contrario è la diapositiva della volta della Cappella Sistina di Michelangelo. Così ha inizio il mio primo anno, di altri trenta, come insegnante di Storia dell’Arte e l’ultimo di Piero Olliaro come studente del Liceo Classico Balbo di Casale.
Con un salto di mezzo secolo veniamo all’oggi: l’ex professore di Storia dell’Arte e tuttora architetto riceve una telefonata da Franco Ferrando, altro alunno dell’indimenticabile classe 3/B nonché amico dell’altrettanto indimenticabile “rompiballe” (così si autodefinisce Piero). Questi gli propone di scrivere due paginette e di occuparsi dell’allestimento di una mostra delle opere pittoriche del suddetto “rompiballe” ormai docente a Oxford (Professor of Poverty Related Infectious Diseases), direttore scientifico del ISARIC (International Severe Acute Respiratory and Emerging Infection Consortium),e in precedenza resposabile di ricerca in malattie tropicali del programma TDR dell’Organizzazione Mondiale della sanità di Ginevra. Il vecchio professore accetta con vivo piacere e telefona a sua volta a Camilla Bertolino, un’altra brillante sua ex alunna, laureata in Storia dell’Arte, con cui ha già più volte collaborato, per coinvolgerla in questo progetto.
Così nasce la mostra di Piero Olliaro:
JE N’AI PAS VU LE TEMPS PASSER
Una mano regge un filo. Qui si racconta della labilità del tempo e del suo passaggio, il filo si sfrangia, si sfilaccia come i ricordi e poi riconduce al punto di partenza.
È il filo conduttore che ora si vede e ora rimane occulto, è anche il filo chirurgico teso dalla mano che così spesso appare nei lavori del medico-pittore. Il filo è il trascinare, lo scandire, lo scorrere irreverrsibile del tempo.
Come il nastro di Moebius non permette di distinguere tra esterno e interno non esiste una direzione precisa perché il tempo non segue una linea retta.
Si parte da un viaggio a ritroso colto nella sua istantaneità: un uomo scatta una foto, l’adesso ritrovato… Proprio perché questa esposizione sarebbe dovuta essere una sorta di “Amarcord” ristretta a un gruppo di amici della 3/B del Liceo Classico Balbo.
Spiega Olliaro: “Il tutto nasce da qualcosa che sta tra un invito, un augurio e una sfida: Renée, mamma di Federico, mi regalò un libro d’arte con una dedica scritta su foglio di carta a quadretti che diceva: “A Piero, qui “vivrait pour l’art”, dans l’espoir qu’il fasse un jour quelque chose de bien” con la non troppo velata allusione al fatto che, probabilmente, fino a quel momento… “ e continua: “Perché la pittura non è il mio “mestiere”, benché sia parte integrante della mia vita e complemento del mio “mestiere”.
Che è quello di medico/ricercatore in malattie infettive legate alla povertà che, benché colpiscano una percentuale significativa dell’umanità, sono anche largamente neglette e senza medicine adeguate in quanto non generano interesse economico”. Questa esposizione è diventata quindi anche una sorta di ritorno alle origini da parte di un emigrato cittadino del mondo. C’è un filo conduttore con un tema, variazioni e ritorno al tema, come in una composizione musicale: il tema del tempo, questa entità astratta, elusiva, e anche, in un certo modo l’essenza della vita stessa: come diceva mio papà “al temp al manca semp ala fin…”i
Il percorso della mostra “Je n’ai pas vu le temps passer” di Piero Olliaro non è volutamente cronologico, ma tematico. | soggetti sono tutti strettamente correlati e riconducibili all’idea della labilità temporale, con chiaro riferimento alla sfera autobiografica e pervasi da un diffuso senso di sospensione. Il doppio, il destino sono riconoscibili nei soggetti che assumono altre fattezze: sono maschere, fantasmi, talora inganni in cui la “realtà” diventa rarefazione. L’identità scompare come i volti ma ritorna con il tema dei “camici” che ci parlano della sua esperienza professionale: la mano, che in principio reggeva il filo, esce dal camice, dà da mangiare al bisognoso. Compaiono fantasmi, sagome, uomini accartocciati che riconducono ai terribili giorni della pandemia. Infine, ecco il camice “appeso al chiodo”.
“È materia grezza come un saio di MONACO, è in parte trasparente: mi chiedo quanto si riesca a incidere, a fare qualcosa di bene? Esso è anche macchiato dall’attuale stato della sanità e dell’inciviltà…”
L’ambiguità permea le opere di Olliaro: gli sfondi sono rarefatti, talora nebbiosi, negano e celano le cose che diventano sagome, ombre e spesso si confondono con essi. La stessa ambiguità si ritrova nei paesaggi: dal naturalismo alla “fuga dal figurativo”. Qui il filo del tempo diventa una linea d’orizzonte, inserita in un “non luogo”, cielo e terra sono specchi e riflessi, dove si ripete il tema del doppio, dell’ambiguo, del gioco di ribaltamenti e della surrealtà. Il surreale diventa visionario come nell’amato Paolo Uccello, le cui opere sono fonte di ispirazione: le battaglie sono opposizione, amore per lo straordinario gioco della prospettiva, sequenza illimitata di linee, che talora si incrociano, si sdoppiano e si sovrappongono.
Così nei Cavalieri e nei Centauri: il Giovanni Acuto di Santa Maria del Fiore, opera irreale ed enigmatica come sottolinea l’uso di due prospettive diverse diventa ancor più strana nella rivisitazione di Olliaro: il Cavaliere è un Centauro decollato, tre zampe sono interrotte a mostrare lo scheletro metallico e la mano con la lancia è mozzata, CECIDIT POTENS. È un fantasma? Certamente si tratta di una rilettura emblematica, ideale ma anche ludica.
Olliaro non ha visto il tempo passare, ma non ha perso il filo del discorso: le mani e il filo dell’ultima opera del percorso espositivo diventano la mano e il filo della prima; il nastro di Moebius è sotto i nostri occhi…
La voce che interrompe la lezione con questa osservazione è quella di Piero Olliaro, studente della 3/B del Liceo Classico Balbo di Casale; il professore sono io, neolaureato in Architettura al Politecnico di Milano che, concluso il servizio militare (quattordici mesi e venti giorni), ha ottenuto il primo incarico a tempo indeterminato di docente di Storia dell’Arte presso il suddetto Liceo Classico; al contrario è la diapositiva della volta della Cappella Sistina di Michelangelo. Così ha inizio il mio primo anno, di altri trenta, come insegnante di Storia dell’Arte e l’ultimo di Piero Olliaro come studente del Liceo Classico Balbo di Casale.
Con un salto di mezzo secolo veniamo all’oggi: l’ex professore di Storia dell’Arte e tuttora architetto riceve una telefonata da Franco Ferrando, altro alunno dell’indimenticabile classe 3/B nonché amico dell’altrettanto indimenticabile “rompiballe” (così si autodefinisce Piero). Questi gli propone di scrivere due paginette e di occuparsi dell’allestimento di una mostra delle opere pittoriche del suddetto “rompiballe” ormai docente a Oxford (Professor of Poverty Related Infectious Diseases), direttore scientifico del ISARIC (International Severe Acute Respiratory and Emerging Infection Consortium),e in precedenza resposabile di ricerca in malattie tropicali del programma TDR dell’Organizzazione Mondiale della sanità di Ginevra. Il vecchio professore accetta con vivo piacere e telefona a sua volta a Camilla Bertolino, un’altra brillante sua ex alunna, laureata in Storia dell’Arte, con cui ha già più volte collaborato, per coinvolgerla in questo progetto.
Così nasce la mostra di Piero Olliaro:
JE N’AI PAS VU LE TEMPS PASSER
Una mano regge un filo. Qui si racconta della labilità del tempo e del suo passaggio, il filo si sfrangia, si sfilaccia come i ricordi e poi riconduce al punto di partenza.
È il filo conduttore che ora si vede e ora rimane occulto, è anche il filo chirurgico teso dalla mano che così spesso appare nei lavori del medico-pittore. Il filo è il trascinare, lo scandire, lo scorrere irreverrsibile del tempo.
Come il nastro di Moebius non permette di distinguere tra esterno e interno non esiste una direzione precisa perché il tempo non segue una linea retta.
Si parte da un viaggio a ritroso colto nella sua istantaneità: un uomo scatta una foto, l’adesso ritrovato… Proprio perché questa esposizione sarebbe dovuta essere una sorta di “Amarcord” ristretta a un gruppo di amici della 3/B del Liceo Classico Balbo.
Spiega Olliaro: “Il tutto nasce da qualcosa che sta tra un invito, un augurio e una sfida: Renée, mamma di Federico, mi regalò un libro d’arte con una dedica scritta su foglio di carta a quadretti che diceva: “A Piero, qui “vivrait pour l’art”, dans l’espoir qu’il fasse un jour quelque chose de bien” con la non troppo velata allusione al fatto che, probabilmente, fino a quel momento… “ e continua: “Perché la pittura non è il mio “mestiere”, benché sia parte integrante della mia vita e complemento del mio “mestiere”.
Che è quello di medico/ricercatore in malattie infettive legate alla povertà che, benché colpiscano una percentuale significativa dell’umanità, sono anche largamente neglette e senza medicine adeguate in quanto non generano interesse economico”. Questa esposizione è diventata quindi anche una sorta di ritorno alle origini da parte di un emigrato cittadino del mondo. C’è un filo conduttore con un tema, variazioni e ritorno al tema, come in una composizione musicale: il tema del tempo, questa entità astratta, elusiva, e anche, in un certo modo l’essenza della vita stessa: come diceva mio papà “al temp al manca semp ala fin…”i
Il percorso della mostra “Je n’ai pas vu le temps passer” di Piero Olliaro non è volutamente cronologico, ma tematico. | soggetti sono tutti strettamente correlati e riconducibili all’idea della labilità temporale, con chiaro riferimento alla sfera autobiografica e pervasi da un diffuso senso di sospensione. Il doppio, il destino sono riconoscibili nei soggetti che assumono altre fattezze: sono maschere, fantasmi, talora inganni in cui la “realtà” diventa rarefazione. L’identità scompare come i volti ma ritorna con il tema dei “camici” che ci parlano della sua esperienza professionale: la mano, che in principio reggeva il filo, esce dal camice, dà da mangiare al bisognoso. Compaiono fantasmi, sagome, uomini accartocciati che riconducono ai terribili giorni della pandemia. Infine, ecco il camice “appeso al chiodo”.
“È materia grezza come un saio di MONACO, è in parte trasparente: mi chiedo quanto si riesca a incidere, a fare qualcosa di bene? Esso è anche macchiato dall’attuale stato della sanità e dell’inciviltà…”
L’ambiguità permea le opere di Olliaro: gli sfondi sono rarefatti, talora nebbiosi, negano e celano le cose che diventano sagome, ombre e spesso si confondono con essi. La stessa ambiguità si ritrova nei paesaggi: dal naturalismo alla “fuga dal figurativo”. Qui il filo del tempo diventa una linea d’orizzonte, inserita in un “non luogo”, cielo e terra sono specchi e riflessi, dove si ripete il tema del doppio, dell’ambiguo, del gioco di ribaltamenti e della surrealtà. Il surreale diventa visionario come nell’amato Paolo Uccello, le cui opere sono fonte di ispirazione: le battaglie sono opposizione, amore per lo straordinario gioco della prospettiva, sequenza illimitata di linee, che talora si incrociano, si sdoppiano e si sovrappongono.
Così nei Cavalieri e nei Centauri: il Giovanni Acuto di Santa Maria del Fiore, opera irreale ed enigmatica come sottolinea l’uso di due prospettive diverse diventa ancor più strana nella rivisitazione di Olliaro: il Cavaliere è un Centauro decollato, tre zampe sono interrotte a mostrare lo scheletro metallico e la mano con la lancia è mozzata, CECIDIT POTENS. È un fantasma? Certamente si tratta di una rilettura emblematica, ideale ma anche ludica.
Olliaro non ha visto il tempo passare, ma non ha perso il filo del discorso: le mani e il filo dell’ultima opera del percorso espositivo diventano la mano e il filo della prima; il nastro di Moebius è sotto i nostri occhi…
Architetta Camilla Bertolino
Architetto Roberto Carpani